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Non mi va di stare con i miei compagni di classe

Ricordo le gite vissute prima da studente e poi da insegnante: nel primo caso, come avvenimento lungamente atteso e unico ricordo divertentissimo dell’anno, come luogo esilarante di stupidità e di infinita felicità, quella di stare più giorni insieme con i compagni di scuola al di fuori dei soliti luoghi, le lunghe comunicazioni intime tra ragazze farcite di pettegolezzi e di scherzi, la conta dei risultati felici o disastrosi negli approcci verso i maschi e mille altre cose tra pianti e risate; nel secondo caso, come incubo totale, come controllo assoluto da mettere in atto circa la possibilità che gli studenti, nella loro ingenua imprudenza, si mettessero in davvero situazioni pericolose, tipo la caduta di qualcuno dal davanzale mentre tenta di saltare da una finestra all’altra dell’albergo, la estenuante veglia di noi, poveri insegnati, appostati per tutta la notte su punti strategici  in attesa di incontrare gli studenti pronti a solcare luoghi proibiti.

Le cosiddette gite scolastiche! Avventure tanto agognate e tanto temute! Ora no, non è più così! È uno dei reperti della “buona scuola” che sta scomparendo. Non certo perché i ragazzi hanno un surplus di opportunità e di occasioni per stare giornate e nottate insieme, per raccontarsi per ore e ore quello che passa nei pensieri e nel cuore, non certo perché hanno altri luoghi per comunicare meglio o per tessere delle relazioni tra  loro, e neppure tanto per motivi economici… Tutt’altro!

Ho letto velocemente un articolo in La Stampa dove  una ricerca commissionata da Skuola.net dice che 1 studente su 10 va ai viaggi di istruzione. Motivo? “Pesano gli scarsi rapporti con i compagni, non si ha più voglia di stare con loro”.

A isolarli sono social e smartphone

Sento molta tristezza leggendo questo trafiletto: certo che non se ne fa un caso epocale e per ora nessun altro giornale sembra aver captato la notizia! Sono temi che è bene non far comparire troppo; diversamente, se i social non sono utilizzati 24 ore su 24 dai ragazzi e dai giovani come occuperebbero costoro il tempo?!

Eppure, conosco per esperienza la fame e la sete di comunicazione che li abita, il bisogno di dire le inquietudini, i dubbi, le esperienze che li fanno trasalire di commozione o di paura; dirlo a qualcuno che li possa capire, che stia lì con loro, magari senza dire nulla, ma presenti. Sì, presenti! E invece si trovano solo loro e lo smartphone che dà l’illusione di essere in compagnia, ma lo sanno bene che non è così. Si parla tanto ora di “povertà educativa”, di depauperamento della qualità della vita, di analfabetismo emozionale. Forse, è necessario, anzi urgente passare dall’analisi della realtà giovanile, pur necessaria e importante, alle buone pratiche che possono nascere da un massiccio cambio di direzione: solo il contatto di corpo a corpo, di volto a volto può riaccendere il desiderio, anzi il bisogno primario di mettersi in relazione non virtuale con i propri compagni. Forse aiutare i ragazzi ad appropriarsi della propria parola e dei propri sentimenti è la strada per riportarli nel mondo reale e far loro gustare la bellezza di appartenere a un gruppo di ragazzi che riprendono a sognare e quindi a vivere. Senza di questo, è accertata la morte, già!

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