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L’irrealtà del male

Noi con Dante nel fondo dell'Inferno

Manca l’ultimo tratto e fa freddo. E poi l’ultima discesa per il pellegrino è la più dura, perché le scale dell’Inferno si avvitano nel cuore del male e più si scende più i peccati sono gravi e il male fa male, da guardare, da conoscere, da riconoscerne la presenza dentro di sé e nella propria vita.

Il nono cerchio è il fondo dell’Inferno, il centro della Terra e dell’Universo ed è un lago ghiacciato, il Cocito, che imprigiona i traditori, puniti con il gelo del loro peccato. Sono anime sottovetro, corpi immersi nel ghiaccio fino al collo, teste chine, teste che sbucano, corpi supini con le bocche e gli occhi chiusi da lacrime gelate e, a pochi passi dal Male assoluto, ombre di uomini eternamente fossilizzati nel ghiaccio in posizioni diverse, casuali, innaturali, trasparenti e inanimati come festuche, pagliuzze, in vetro. Si inorridisce. E si avverte la presenza del Male, in quello spettacolo, nel silenzio gelido che lo avvolge e che sembra così lontano da ogni umanità.

“Senti la presenza del male

– dice Suamy (4 liceo) –

ti senti svuotato, privo di principi e di obiettivi, in balia di ciò che è facile, conveniente, quando hai perso la strada”.

Per logica, dalla visione di Satana, l’ultimo passo del nostro percorso infernale, ci aspettiamo un orrore inimmaginabile.

Del resto cosa può essere più terribile dell’ultima storia scricchiolata nel ghiaccio dalla bocca di Ugolino, mentre rodeva la testa del suo nemico? Nella nostra mente cola ancora lo stillicidio di odio che nel cieco carcere della Muda ha condannato alla morte per fame quattro bambini innocenti e difficilmente ci libereremo dello spettro della tecnofagia che, forse allusa anche se non dichiarata, si aggirava in quella cella.

Questo male è così disumano che dev’essere per forza vicino alla sua sorgente. Eppure le prime parole di Virgilio che annunciano Satana e ci mettono in guardia da lui suonano strane: “Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira”. Quell’inferni ribalta e parodia l’incipit di un celebre inno cristiano che esalta la Croce, simbolo della regalità di Cristo.

C’è dell’ironia, tragica, sul potere di Lucifero. Non basta però ad evitare il terrore di trovarci faccia a faccia lo‘mperador del doloroso regno, emerso come da una nebbia, da metà petto in su.

Cosa si prova quando il Male si manifesta nella sua essenza?

Cos’è il male?

Di fronte a noi il suo ritratto mostruoso mozza le parole, ci confonde profondamente: ogne parlar sarebbe poco. / Io non mori’ e non rimasi vivo.

“Perché il male è irrealtà, va contro la natura umana.

Di fronte ad esso ti senti spiazzato, destabilizzato, spaesato”.


Suamy

È smisurato, un uomo è più simile ad un gigante di quanto un gigante lo sia ad una delle sue braccia; ma è qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo. Tre facce nella sua testa: una davanti, rossa, una giallo chiaro, l’altra scura che si congiungono alla prima alla metà delle spalle, sotto ciascuna di esse due ali di pipistrello più grandi di qualunque vela; 6 ali che si muovono e generano 3 venti che ghiacciano il Cocito; 6 occhi che piangono; 3 bocche che maciullano eternamente Giuda, Bruto e Cassio; lacrime e sangue che sgocciolano continuamente da loro. Tutto questo orrore si svolge meccanicamente, senza alcuna partecipazione emotiva dell’autore, non c’è traccia di sentimento, di anima, di vita, Satana, la fonte di tutto l’orrore infernale è una macchina. Dante lo definisce prima un dificio, poi un molin, una maciulla, una cosa.

La sua grandiosità non è grandezza, egli sarebbe solo un colossale oggetto scenico conficcato a metà fra i due emisferi nel centro preciso della terra, se non incutesse spavento la sua malvagità ancora viva.

“Quindi è questo il male di tutti i mali?

– si chiede insieme a noi Suamy-

Come dovrei sentirmi… meravigliata, terrorizzata, disgustata?

Dico che ha un fascino questa potenza terribile, e sconfinata.”

Prima di questa manifestazione, nelle 24 ore trascorse nell’Inferno il male si è presentato in varie forme.

Era stato anzitutto una parola di disperazione, scritta al sommo della porta infernale, dal senso duro perché comunicava una disumana prospettiva di eterna mancanza di speranza.

Poi subito il buio e un rumore assordante (Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / per ch’io al cominciar ne lagrimai, Inf. III, 22-24); e anzi spesso nel viaggio dantesco il male è stato un rumore insopportabile, dal frastuono della bufera infernal che mai non resta, al latrare cagnesco di Cerbero e delle anime dei golosi, ai lamenti che inducono a tapparsi le orecchie, alle parole violente, canzonatorie, ingannevoli, ingiuriose dei diavoli, al ribollire della pece, fino all’assordante lacrimare dei rinchiusi nella Muda, nel cui silenzio gocciolante di dolore risuona come una condanna definitiva il chiavar l’uscio di sotto.

E poi il male è stato a volte un vento impetuoso, a volte un deserto infuocato, un bosco atroce o puzza di carne putrefatta, un porcile, un fumo che inganna, un veleno di serpente, una forma stravolta.

Perché il male a volte si ritorce contro se stessi,

a volte mutila la vita degli altri,

altre volte sfigura, inganna,

avvelena relazioni, comunità, città, separa,

infiamma gli uni contro gli altri, spegne le speranze, induce a degradarsi fino allo stato animale, pietrifica,

o sbatte qua e là, quando si è in balia di passioni incontrollabili.

Poi, in fondo all’imbuto infernale, il male giunge alla sua manifestazione essenziale canalizzandosi in un climax terrificante: gelo, silenzio, vuoto.

Vuoto attorno a sé:

non c’è terra e neppure un diavolo con il re dei diavoli, egli è solitudine assoluta, gelo e silenzio sono forme di questa solitudine.

Vuoto dentro sé:

dell’assenza di vita consapevole nella macchina Satana ci colpisce un particolare, le lacrime, segno potente di umanità nella realtà e nella letteratura, che scendono inconsapevoli dai suoi numerosi occhi come il sangue e la bava dalle sue bocche.

Lucifero è il culmine di un processo di cosificazione.

E ciò ora non sorprende più, perché ci è chiaro che il male è questo:

perdere realtà, distorcere, fino ad annullarlo, il rapporto con la realtà e dunque svuotarsi di umanità.

La multiforme varietà di colpe e pene dei cerchi infernali ci ha offerto, in fondo, sempre lo stesso atroce spettacolo: uomini e donne che hanno perso il bene, perché hanno distorto irrimediabilmente la loro natura/realtà.

Lo sperimentiamo tutti, ci ricorda Suamy:

‘Il male è una catena in cui si intrecciano eventi sempre più peccaminosi che allontanano progressivamente ed esponenzialmente dal bene, distruggono l’umanità della persona pezzo per pezzo, finché non ne rimane più niente.’

Prendiamo due vizi capitali responsabili della corruzione dell’Angelo splendido Lucifero. La superbia, per san Tommaso ‘madre di tutti i vizi, è pretendere di essere come Dio, chiudersi nel proprio amore per la superiorità e l’eccellenza e finire per credersi Dio, dimenticando la reale figliolanza e eguaglianza con gli altri.

Lucifero è l’illuso per eccellenza.

L’invidia poi sin dalla sua etimologia è un guardare in modo distorto le cose; essa immagina vite altrui felici, le immagina come una minaccia, concentra l’attenzione su ciò che non si ha, immagina, rimugina, perde appunto contatto con la realtà. È per invidia della felicità dell’uomo, ci aveva detto Dante all’inizio del viaggio, che la lupa dell’avidità era stata liberata nel mondo dal fondo dell’inferno.

È raggelante stare qui. Il vento ghiacciato di Satana penetra nel cuore di chi raggiunge, lo spinge lontano da casa, lo espatria in un non luogo dell’umanità.

‘Sento di aver perso lucidità, di brancolare nel buio, alla ricerca di un appiglio che possa riportarmi a vedere la luce del bene.’


Suamy

La meccanica inazione di questo ex essere vivente svela altri esiti di irrealtà del male. Ne distinguiamo due. Chiamiamoli così: la bellezza sfigurata e la buffonata.

La sua bruttezza è insieme tragica e comica. La tragedia è nel suo essere frutto di una ribellione. Lui è la creatura ch’ebbe il bel sembiante, chiamato Lucifero perché era più luminoso di tutti gli angeli. E se davvero era bello come ora è brutto e nonostante ciò osò ribellarsi a Dio al posto di mostrarsi a Lui grato, se davvero, accecato dalla sua superbia che lo ha illuso di poter essere altro da quel che, splendido, già era, ha perso quella antica bellezza trasformata in orrenda deformità, allora per certo dee da lui procedere ogni lutto. L’eco di questa scelta tragica ci impedisce di definire grottesco ciò che vediamo, il Male ha una sua grandiosità, ma d’altro lato appare pacchianamente come una serie di parodie del Bene, da cui si è allontanato: lui che voleva il potere di Dio è impotenza assoluta, immobile, conficcato nel cuore oscuro della Terra, nel punto più basso, lui che voleva scalare i cieli; è deformemente trino ed uno, parodia di un Dio relazione, mentre lui è solitudine desolata; è muto, biascica solo clangori inconsapevoli, mentre il Dio contro cui si è scagliato è il ‘Deus loquens’. Eccetera.

Il male nella sua essenza è un grande edificio pacchiano che nasconde il nulla.

È tempo di andare. Virgilio propone di usare Satana come scala per passare dall’altra parte del mondo: aggrappiamoci alle sue gambe ispide, non si accorgerà di noi.

Girando nell’altro emisfero, vien da pensare ad una cosa: il mondo così, con questo enorme vermoreo che ‘l mondo fora, sembra una gigantesca mela marcia. Con due differenze rispetto ai frutti: il verme non lo possiamo togliere, non possiamo tagliare la parte marcia e tenerci solo la buona,

il male è una presenza inevitabile;

però il ‘vermo’, a differenza dei vermetti che attraversano le mele marce, non può avanzare, è bloccato in una posizione,

è sottomesso e sconfitto, non ha il potere di rovinare la parte buona, se non siamo noi a farlo.

Lasciamolo lì allora, il resto della mela è buono, basterà girarla dall’altra parte infatti per trovare il Paradiso.

Massimo Leone
con il contributo di Suamy Guerra (4 liceo)

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