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Il luogo di una carezza

Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore

C’è una pietra miliare dell’industria cinematografica che di recente mi ha riaperto il cuore. Sto parlando di “E.T.” di Steven Spielberg che nel 1982 affascinò generazioni intere.

Quell’extraterrestre giunto sulla Terra e poi smarrito dai compagni parla alla mia esistenza. Col sentirmi straniero in un posto non mio, spaesato in un mondo da dover conoscere da zero, una percezione impotente e fragile. Credo sia quello che proviamo ogni volta che ci sentiamo stranieri.

E non parlo solo di terra, di un suolo o una nazione, ma anche di momenti in cui rischiamo di essere stranieri gli uni per gli altri quando non condividiamo più nulla, ci intestardiamo sulla nostra verità senza ascoltare, senza farci mettere in crisi.

Ma c’è del buono in questa profuga storia. E.T. era venuto con gli altri compagni extraterrestri sulla Terra per esplorarne la vegetazione, ma non ha fatto in tempo a rientrare nella sua navicella madre. Il suo nome glielo dà un ragazzino che se lo ritrova in giardino senza un preciso scopo.

Elliot gli dà un nome come facciamo con le cose che contano. E con il nome gli dà anche un’identità, gli permette di essere qualcuno. Piano piano riesce a comunicare con lui, a entrare in empatia a tal punto da sentire gli stessi sentimenti che prova l’esserino tutto grigio.

E’ così che si può finire in un posto che non conosci e trovare qualcuno che ti fa sentire a casa.

Elliot si prende cura di lui, lo protegge dalla possibile incomprensione della mamma e chiede la complicità del fratello maggiore e della sorellina, come quando le cose belle uniscono tutti.

L’avventura di E.T. sulla Terra è l’inedito che capita a chiunque, sconvolge la quotidianità, ti compromette nelle decisioni, ti fa vivere le cose in modo nuovo. Lui impara a parlare in osmosi con gli umani, impara il linguaggio standoci insieme e la prima parola che pronuncia è “casa”.

La prima parola che impariamo è la più importante, quella che ci rimanda alle nostre origini.

E.T. ha il chiodo fisso di tornare a casa, vuole ricontattare i suoi simili perché sono la sua gente, e lo riesco a percepire vagamente anche io che sono nato in un posto e poi cresciuto in un altro continente, e anche se ho pochi ricordi è una dimensione che ogni tanto si fa sentire.

Lui vuole tornare perché da lì proviene, perché lì è il suo cuore.

Un cuore che quando gli extraterrestri si incontrano, si accende di rosso. Nella cultura ebraica, “cuore” fa riferimento a tutta l’essenza dell’uomo in mente, corpo e anima… chissà se comunicano così, forse è quella la vera casa che stiamo cercando.

È una domanda che mi pongo, e che pongo a tutti voi che leggete:

avete capito realmente qual è la casa che state cercando?

E.T. ha tante capacità: guarire le ferite, far volare le cose e rivitalizzare tutto. Le piante stanno morendo, lui riesce a farle rifiorire.

È un simbolo che ci accompagna fino alla fine, fino alla sua morte, quando sentiamo le parole di Elliot in lacrime:

Sei morto? Io non so cosa sentire… vai in qualche altro posto ora?

Io penserò a te per tutta la vita, ogni giorno..”

D’improvviso quella pianta sul davanzale riprende vita. E.T. risorge, perché l’amore di Elliot lo riporta in vita.

Forse è anche un modo per dire che la morte è sempre vita, che la morte è un modo nuovo per venire al mondo.

E grazie all’aiuto dei piccoli riesce a mandare un segnale agli extraterrestri che lo vengono a riprendere per portarlo a casa. Ma non senza aver lasciato un pezzo di cuore sulla Terra. Un pezzo di se stesso che rimarrà sempre in quei tre ragazzini che lo hanno incontrato “per caso”, si sono presi cura di lui gratuitamente, lo hanno aiutato per affetto e ora lo lasciano andare per amore.

E’ un grande dolore lasciar andare una persona cara, una componente inevitabile della vita da accettare. In quelle situazioni, vorrei ricordarmi dell’ultimo gesto di E.T. al suo amico: lo guarda e mentre col dito gli tocca la testa, dice

“io sarò sempre qui!”

Non c’è una vera separazione, i due si lasciano ma di fatto E.T. non se ne andrà più. In tutto il bene che abbiamo vissuto, qualcosa resta per sempre.

E riparte portando con sé quella famosa piantina, il simbolo di una rigenerazione. Il simbolo di un legame speciale.

La scena più famosa rimasta immortale, è quella del volo in bici dei due amici davanti alla luna. È l’emblema di questa storia così extraterrestre eppure pienamente terrena. Oltre quella luna si trova la casa di E.T. tanto desiderata, tanto voluta, tanto attesa… ma che è anche su quella bici con il ragazzino che gli vuole bene.

Allora oggi mi prendo tutto il bello che riesco da questa avventura che non è lontana da me, mi riporta all’essenziale e mi dice che casa mia è dove custodisco la cosa più importante che ho, è il luogo di una carezza che mi è stata data.

E.T. l’ha raggiunta, noi possiamo provare a cercarla o forse la conosciamo già.

C’è una casa per tutti, ed è lì dove risiede il cuore.

David Martìnez

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