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La mia casa in un container

Io e mio marito siamo a Medjugorje da quasi un mese. È cosa comune pensare al popolo bosniaco come persone fredde e distanti. La lingua conferma questo, basti pensare che non esiste l’espressione ti voglio bene tra amici ma solo il ti amo tra innamorati e questa era anche la mia idea fino a quando non sono arrivata qui e ho visitato un campo profughi.

Diversamente da quanto immaginavo, tutti ci hanno accolto con calore e affetto. Porto nel cuore alcuni incontri. Bussiamo alla porta della prima casa. Ci apre una signora. Vive sola. Non ha famiglia. Ha parenti che però vivono lontani e che quindi non vede spesso. Le consegniamo la busta con gli alimenti.

L’incontro dura non più di 10 minuti e, nonostante il poco tempo dedicatole, ci ringrazia all’infinito per essere stati con lei. «Almeno oggi ho parlato con qualcuno!», ci dice.

Scansando le pozzanghere, proseguiamo nella stradina e bussiamo alla porta del secondo container. È una bella signora di nome Borca che ci accoglie subito con gioia e ci invita a entrare in casa. Beh, dentro c’è l’essenziale. Il bagno è fuori, in comune con tutti gli altri abitanti del campo. Come nelle migliori accoglienze, mette sulla piastra il caffè e prepara le tazzine per tutti noi. Nel frattempo ci racconta che vive lì con il compagno. È nonna, ha due figlie di cui una vive in Germania. Ci mostra orgogliosa le foto del nipotino e delle bellissime figlie. Ci racconta che qualche anno fa il comune aveva staccato la corrente a tutto il campo profughi per cui sono stati al freddo per più di un mese.
È malata, ogni giorno prende medicine un po’ particolari  che le vengono passate grazie alla generosità di una parrocchia di Genova che collabora con delle farmacie locali che forniscono farmaci gratuitamente a chi ne ha necessità. Ha la malattia del post guerra. Soffre di schizofrenia. Sia lei che il suo compagno.

La guerra finita da poco lascia segni tangibili fuori e dentro chi l’ha vissuta. Anche lei ci ringrazia molto, ci salutiamo perché si era fatto tardi e dovevamo finire il giro di visite.

L’incontro successivo è stato con una bella famiglia composta dai genitori, la figlia e il genero e i loro 3 bambini di cui un neonato di soli due mesi. Anche loro ci accolgono. Mi domando come facciano a vivere tutti insieme. Saranno sì e no 20 metri quadri di casa. Nonostante la povertà c’è un’aria di gioia, il bimbo piccolo è bellissimo e rallegra la giornata a tutti. Mentre ci salutiamo la signora ci dice di avvisare quando andremo la prossima volta perché vuole farci assaggiare un dolce tipico fatto da lei.

Usciamo stupiti anche da questo incontro… e penso subito alla generosità di chi non ha niente…

L’ultimo incontro è stato con una coppia di sposi. Anche loro ci accolgono volentieri dentro la loro casetta. Hanno sei figli grandi e sono nonni. Il marito è diabetico e ha una gamba amputata. Quest’anno festeggeranno 50 anni di matrimonio. È una delle prime cose che ci dicono con orgoglio. E hanno ragione! 50 anni in cui hanno vissuto la guerra e ora si trovano in un container piccolo e con la disabilità…. ma sono felici perché sono insieme… i loro occhi brillano di gioia!

Ancora una volta ho sperimentato quanto una situazione di povertà vissuta con dignità sia davvero maestra di vita.

E soprattutto, ancora una volta, ho avuto la conferma che essere missionari non è altro che uno scambio di povertà e ricchezze reciproche!

E i primi a tornare arricchiti da questi incontri siamo proprio noi!  E così il cuore si riempie di gratitudine per aver l’opportunità di essere qui, in questa terra tanto ferita quanto meravigliosa!

Sabina Aiazzi

 

 

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