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Rapito dai cieli

Non riesco a pensare, anzi, pensare mi fa male. Non riesco a trovare qualcosa che mi spieghi come possa succedere… non riesco ad esprimere bene quello che sento, le mie parole fanno cortocircuito come il blackout che si è provocato nel mio cuore. Mi viene la pelle d’oca ad ascoltare la notizia.

Un campione, ma potrebbe essere stato chiunque, che precipita con il suo elicottero Sikorsky S-76 sulla collina di Calabasas, Los Angeles, assieme ad altre sette persone e a sua figlia Gianna Maria.

Ho giocato a basket un anno buono e qualcosa di più quando ero piccolino, e mi ricordo che durante gli esercizi di palleggio e di smarcamento, il mio coach Pino citava spesso l’abilità di Bryant, esaltandolo come esempio e meta da raggiungere.

Kobe Bryant era nato a Philadelphia, figlio d’arte, cresciuto in Italia. Aveva un amore speciale per il nostro paese, perché qui erano le sue radici, tra Reggio Emilia, Pistoia, Reggio Calabria e Rieti, tanto da dare pure alle sue figlie nomi italiani.

L’NBA lo ricorda come un campione, vent’anni di carriera leggendaria durante i quali i parquet vibravano i suoi passi, gli stop, i palleggi, le corse per centrare quel canestro appeso in mezzo all’aria, la concentrazione per farci entrare quella palla che tra le dita ballava. E poi vincitore di quei leggendari cinque titoli con i Los Angeles Lakers, due ori olimpici, al quarto posto nella classifica dei migliori marcatori nella storia dell’NBA.

Anche io lo voglio ricordare così. Uno che ha vinto. Spero sia riuscito a imboccare anche i canestri della vita, i canestri più importanti. Nonostante la tragedia e il dolore, nonostante il senso di vuoto che mi si è creato adesso, voglio vederci una vittoria in questa storia di insensatezza.

Forse è il mio istinto che vuole trovare una luce e un senso a tutti i costi. Ma non mi rassegno all’evidenza della cosa, credo in qualcosa di più.

L’anno scorso avevamo sentito parlare di Emiliano Sala, il calciatore argentino di 29 anni, precipitato a bordo del suo piper privato nel Canale della Manica. Ritrovato il relitto e il suo corpo sul fondo delle acque, ha ammutolito il mondo del calcio. Non siamo nuovi a queste notizie purtroppo, chissà quante altre storie hanno un epilogo simile, non ci voglio pensare. E quando capitano a chi vive sotto i riflettori l’eco è ancora più grande, diventa davvero mondiale.

Oggi questa notizia mi urta, mi sforzo a trovare un senso non posso farne a meno … a capire perché … ma non smetto di credere alla vita. È vero, mi mostra questa sfumatura, che appare crudele ai miei sensi, di una vita che sfugge.

Credo di essere davanti ad una forza incontrollabile, che fa in modo che nessuno la capisca; che è imprevedibile, che non si può mettere dentro una scatola per dire di possederla. Una vita troppo importante, talmente preziosa e bella che perderla, e perderla pure così, sembra lo shock più letale che ci sia.

E mi viene difficile non piangere, al pensare che con lui è morta anche la figlia di 13 anni… lasciandone altre tre, e la donna della sua vita.

Ma non mi rassegno, faccio silenzio per rispettare il lutto, piango, e comprendo

che è una vita degna di essere vissuta fino in fondo. Che è una vita sola, e non va sprecata in nessun modo. 

Kobe, vorrei imparare anche io a centrare i canestri come lo facevi tu.

Vorrei anche io persistere e credere così alle mie passioni.

Vorrei anche io correre sui pavimenti della vita dove cammino e giocare la mia partita nel migliore dei modi.

Vorrei imparare qualcosa da questa storia.

Mi piace questa tua immagine, come se nel cielo cercassi qualcosa… quel cielo che ti ha rapito, presto e inaspettatamente.

Lo guardo anche io come per cercare qualcosa, spero che tu finalmente l’abbia trovata.

David Martìnez

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