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Rinascere come piedi nel deserto

Tracks: un viaggio dell'anima

Questo viaggio è una storia vera. Quella di Robyn Davidson che nel 1977 ha attraversato a piedi il deserto dell’Australia occidentale, raccontato nel film “Tracks”di John Curran. Fu un evento straordinario. Una giovane ventisettenne partì da sola, con 4 cammelli e un cane, da Alice Springs attraverso il deserto australiano fino all’Oceano Indiano, immortalata nel tragitto dal servizio fotografico di National Geographic.

Nel film, il suo viaggio è un viaggio speciale. È un viaggio dell’anima. “Il viaggio non è stato concepito come un’avventura per dimostrare o conquistare qualcosa”,dice lei a noi che la stiamo guardando. Difatti, ci renderemo conto che non lo sta facendo per dimostrare qualcosa, ma per se stessa.

Il suo viaggio di 2700 chilometri a piedi le farà ripercorrere la sua infanzia, ferita dalla perdita della mamma, morta impiccata. Sarà un modo per rileggere la sua storia. Sappiamo immaginarlo questo legame che unisce madre e figlia.

Il legame viscerale che abbiamo con chi ci ha partorito, che resta sempre vivo indipendentemente dalla nostra situazione familiare.

È il cordone ombelicale che ci mantiene ancora uniti a chi ci ha dato la vita. Sono 9 mesi di cammino, che sono anche 9 mesi per tornare a provare emozioni, percepire i ricordi, ascoltare i sentimenti.

Quando sei immobile da troppo tempo non ti resta che gettare tutto all’aria e buttarti!”

Robyn è stanca dei condizionamenti sociali, della routine della città e probabilmente ha qualche problema con le persone. Non è paralizzata dalla società, ma dalle relazioni umane in cui non se la cava tanto bene… Appare misantropa, insensibile a tutti, non vuole essere compiaciuta e vuole farcela sempre da sola. Esplode nella fobia per i reporter che la inseguono durante tutto il tragitto. Tutto il percorso nel deserto australiano (il deserto, posto ideale perascoltare nel silenzio) sarà per lei un cammino interiore in cui i ricordi riaffiorano.

Quella bambina spaventata, spaesata dalla perdita della madre, torna a vivere nei piedi stanchi, nelle labbra screpolate, nella pelle bruciata dal sole. Lo spirito libero di Robyn cammina,in cerca di un senso su cui fondare il suo essere al mondo.

Un’ancora è il suo cane nero, che ricorda quello con cui giocava nella sua infanzia quando la mamma era ancora viva. Pare sia il suo unico amico nel viaggio solitario e l’unica cosa che mantiene vivo il legame con la sua infanzia.

E anche la sua storia d’amore col fotografo Rick Smolan sembra conflittuale. Sì, perché lei è così, non si capisce mai che cosa vuole. Lungo la strada riesce a conquistare l’affetto di una tribù di aborigeni, l’aiuto di due anziani che anche loro cercano di mantenere vivi i ricordi, e ovviamente la complicità con Rick, ma nonostante questo nulla sembra aiutarla a cambiare, a trasformarsi.

Ma man mano che il cammino prosegue e le difficoltà si superano, il mondo attorno a Robyn parla. Creerà un legame con l’anziano che la accompagnerà per chilometri nel tratto più difficile, dove gli aborigeni hanno il loro suolo sacro. E piano piano capirà che la sopravvivenza negli ampi spazi aperti, nella purezza del deserto e nel soffio del vento caldo in realtà le sta chiedendo di rimettere insieme i pezzi.

Un dialogo mi colpisce, quando si rivolge a Rick dicendo:

-“Sono così sola…(piangendo e abbracciandolo)

-“Lo siamo tutti” (risponde lui con normalità)

-“Mi manca così tanto…(dice lei, senza farci capire bene di chi sta parlando)

Ecco che finalmente il dolore prende un nome. Solo dopo aver vissuto le difficoltà del tragitto come la sete, la solitudine, la stanchezza, l’aggressione dei cammelli selvatici, la perdita di orientamento, la perdita del suo cane, Robyn riesce davvero ad affrontare la difficoltà più grande. Il vuoto che le abita il cuore. I ricordi che ha perso. La mancanza di quel punto fermo.

Mi fa pensare tanto al bisogno che ho di chiarire alcune parti sfocate della mia storia. È importante che anch’io provi a scrivere, a raccontare, a tirare fuori tutte le esperienze che ho vissuto per rendermi conto di chi sono.

Così divento consapevole che dietro le pagine del mio diario, c’è benedizione, c’è un filo rosso che ha collegato tutto, c’è una realtà benevola che non posso vedere se non provo a rielaborare.

Decidere di agire è stato il vero inizio del viaggio!”.

Seguire il suo viaggio mi ha fatto pensare anche alla mia ricerca di punti fermi, all’importanza dei miei ricordi, alle emozioni che ho provato, ai pensieri che ho avuto, ai volti delle persone che ne hanno fatto parte.

E quanto è importante accogliere il nostro vissuto, senza rifiutarlo.

Il cammino di Robyn è durato 9 mesi, come i 9 mesi che dura una gravidanza, e si conclude con un finale aperto, ma speciale nella scena di chiusura.

Robyn arriva sulla costa, si butta nell’oceano e finalmente sorride.

Forse è un simbolo: una nuova gravidanza che si conclude nelle acque e che potrebbero ricordare il grembo di una madre, in cui si immerge per poi uscirne… finalmente più consapevole, per rinascere di nuovo.

David Martìnez

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