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Il segreto degli esseri umani

Arrival: perchè non ci salviamo da soli

Vi invito a ripercorrere per un attimo il vostro essere al mondo.

Quando veniamo alla luce, bisognosi e fragili, ci affidiamo alle azioni di mamma e papà che mettono in atto per capirci: facciamo versi, utilizziamo la mimica e quei pianti per tenerli svegli la notte… Poi le prime parole pronunciate entrano nell’album di famiglia, usiamo il disegno per esprimerci in ogni infanzia, poi le parole diventano frasi, modi di dire, e il bisogno adolescenziale di esprimerci diventa sfida. E con lo studio e le esperienze mature giungono anche le domande e la ricerca di significato rispetto al nostro esistere.

Siamo nati dipendenti da qualcuno e per tutta la vita ci affatichiamo per diventare “interdipendenti”.

Il linguaggio che ci mette in relazione con il mondo è il mezzo principale.

Forse perché abbiamo nel DNA il desiderio di dialogo, di aver qualcosa da condividere con qualcuno, perché la nostra vita non sia vuota.

Il film “Arrival” del 2016 parla di questo. Sembrerebbe un Sci-Fi sugli ufo, ma io penso sia un film sugli uomini. Sulla Terra giungono gli alieni su 12 gusci giganti posizionati in 12 località del mondo. Il governo contatta Louise, linguista esperta (che pare abbia perso la figlia per un tumore) e Ian, fisico teorico, che lavoreranno insieme per entrare in contatto con gli ospiti e capire che cosa vogliono.

Crescendo, noi abbiamo dovuto imparare a parlare e a scrivere, ad esprimerci in base alle situazioni, a domandare, abbiamo imparato a rendere complesso il pensiero, ad argomentare… Louise fa lo stesso con gli alieni eptapodi: li educa al nostro linguaggio.

Infatti, tutti i governi del mondo vogliono far loro la domanda fondamentale:

Qual è il vostro scopo sulla Terra?”.

Ma per farla, Louise deve prima educarli al nostro linguaggio per evitare incomprensioni, per essere sicuri che quella domanda sia davvero capita. È anche la domanda che ognuno fa a se stesso e che tormenta il nostro animo ogni giorno.

Ci troviamo così di fronte al racconto di uno sforzo per entrare in contatto.

Uno sforzo che dobbiamo sempre fare con le persone, uno sforzo titanico alle volte: penso ad alcune famiglie frammentate, fratelli che litigano, genitori separati, figli arrabbiati, attrito tra colleghi, amicizie finite, convivenze difficili, separazioni e partenze.

Tutto il nostro mondo è fatto di una gigantesca ragnatela di relazioni.

E la fatica che ci costa creare queste relazioni è trovare la strada per entrare nel mistero che abita nell’altro.

Anche Louise entra in punta di piedi e cerca di fare tutto affinché gli alieni possano capire la comunicazione umana. Fino a quando riesce ad ottenere da loro delle risposte attraverso un linguaggio circolare semasiografico, cioè simboli grafici che rimandano a concetti.

E la risposta è problematica: “Usare arma”.

La difficile comprensione di questo termine, ‘arma’, fa preoccupare tutte le potenze mondiali e la paura di essere depredati da una civiltà superiore nutre il problema della comunicazione. Un problema vitale soprattutto nel mondo di oggi sempre più social e facilmente accessibile.

L’incomunicabilità è la base di tutte le crisi.

Quante volte non ci sentiamo capiti? Con chi facciamo fatica ad esprimerci?Quante cose dette e non dette…

Potrei fare un elenco infinito di episodi in cui questo mi capita, e i momenti più tristi sono quelli quando mi sento solo.

Un giorno una persona mi ha detto: “Ricordati: quando sono solo, muoio”. Credo avesse ragione.

Solo che ci sono delle volte in cui mi infastidisco degli altri che non corrispondono a quello che vorrei, non sono come me e li critico. Se sei diverso ti calcolo di meno o ti lascio perdere, se non mi comprendi è perché non abbiamo niente in comune.

Tante storie finiscono per incomprensioni e fraintendimenti.

Louise nel suo sforzo di entrarci in contatto, alla fine, la impara e il suo pensiero viene riprogrammato naturalmente

Così, proprio per questo equivoco, le potenze mondiali interromperanno tutte le comunicazioni tra loro e prenderanno iniziativa personale.

Il film è un itinerario dentro la questione della comunicazione tra gli uomini, un’esplorazione filosofica sulla lingua, il pensiero e il tempo.

Sì, perché si scoprirà che quello degli alieni è un dono all’umanità. È il dono della loro lingua. Stiamo parlando della “teoria Sapir-Whorf” sulla relatività linguistica, per cui il linguaggio plasma il pensiero.

Gli alieni vogliono donare agli uomini la loro lingua, donando così un modo nuovo di interpretare la realtà e dominarla. Louise nel suo sforzo di entrarci in contatto, alla fine, la impara e il suo pensiero viene riprogrammato naturalmente fino a renderla capace di pensare al tempo in maniera ciclica: ora può muoversi nel tempo come fosse una dimensione fisica.

Risolverà la crisi visitando il futuro e gli alieni potranno tornare a casa.

Ed è qui che scopriamo che quello che sembrava un flashback iniziale della morte della figlia Hannah non è nient’altro che l’anticipazione di eventi futuri.

Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?”

Una domanda che fa anche a noi.

Io cambierei il mio modo di relazionarmi, per capire che conquistiamo un dono ogni volta che entriamo in contatto con gli altri.

È vero, comunicare è un’arte difficile. Ma mi lascia arricchito e cresciuto, capendo che abbiamo sempre bisogno dell’altro.

Ne abbiamo bisogno perché siamo fatti per stare al mondo insieme e quando non comunico più, mi chiudo e le relazioni vengono messe da parte, tutto muore.

Allora mi porto a casa l’esperienza più grande di tutte: che siamo uomini e che non ci si salva da soli.

E quando scegliamo di smettere di comunicare, quando smettiamo di provarci… allora sì, che diventiamo alieni.

David Martìnez

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