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Quell’addio che fa male ma che permette di ripartire

Toy Story 3: ricominciare di nuovo

Ci sono delle cose che, guardandole, ci fanno tornare indietro nei ricordi, nelle tappe importanti che abbiamo vissuto. I giocattoli ad esempio, sono la nostra infanzia. Ci ricordano il tempo in cui abbiamo scatenato la fantasia per creare storie assurde e siamo riusciti in qualche modo ad evadere sanamente dalla realtà. Intorno giustamente, c’era il mondo, ma a noi piaceva pure vivere in quella fantasia che ci faceva stare bene.

È questo il sentimento che avverto subito dopo aver visto “Toy Story 3”, strappandomi qualche lacrima come sempre. L’ennesima avventura di Woody e Buzz che questa volta affrontano il cambiamento.

La realtà è concreta, per loro anche dura: Andy è cresciuto e ormai deve andare al college. La sua infanzia è finita, si chiude un capitolo di vita.

Woody e gli altri giocattoli lo hanno capito e sono pronti anche loro al cambiamento… sono pronti a finire in soffitta definitivamente, sperando che Andy, un giorno non troppo lontano, li tiri fuori di nuovo, preso dalla nostalgia dei ricordi.

Ma una serie di sfortunati imprevisti fa finire per sbaglio la loro scatola nella spazzatura, credendosi così abbandonati di proposito. È un equivoco che porta delusione e amarezza,

quasi come i fraintendimenti che viviamo noi quando ci fanno soffrire e ci cambiano la rotta.

E dinnanzi alla sofferenza dell’abbandono, scappano e si consegnano liberamente in beneficenza all’asilo.

Si arrendono alla constatazione di una realtà crudele e di un proprietario che non li vuole più, che non li considera così indispensabili, che forse si è già dimenticato di loro.

Un po’ come noi quando, sentendoci messi da parte, cerchiamo rifugio altrove per dimenticare o per distrarci.

Inizialmente l’idilliaca nuova location li illude di essere nel posto giusto: tutto è luccicante e bello, con bambini che giocano con te 5 giorni a settimana, per tutto il giorno, e quando arriva il momento di andarsene ecco che ne arrivano di nuovi… Tutto questo fa dimenticare la sensazione di abbandono.

Ma come tante volte ci succede quando cerchiamo il nostro posto e lo cerchiamo aggrappandoci alla prima cosa purché ci faccia star meglio, anche loro si lasciano ingannare dall’apparenza, troppo accecati dal desiderio di essere voluti di nuovo.

Quell’ambiente infatti si rivela diverso; è in un sistema di controllo omertoso attuato da un giocattolo abbandonato, che fa finire sempre i nuovi arrivati nell’aula dei bimbi piccoli: vengono così morsi, smontati, scaraventati e buttati per aria, maltrattati dalla selvaggia innocenza infantile.

È un sistema di controllo dove tutto è pilotato e nessuno può scappare, quasi come se facesse pagare agli altri il suo dolore.

Tante volte viviamo frustrazioni che scarichiamo sugli altri… diventiamo quello che odiamo. Non sappiamo rispondere bene al male e ci trasformiamo in quello che non vorremmo essere mai.

La filosofia di questo sistema di controllo è

bastiamo a noi stessi…

decidiamo noi del nostro destino!”

un modo di pensare che mi trapana le ossa. È la teoria del “meglio soli che male accompagnati” perché non bisogna fidarsi di nessuno, io sono il padrone della mia vita e decido cosa fare sempre.

Il suo motto è

Niente padroni, niente cuori infranti”

ed è quello di tutti coloro che pensano che legarsi a qualcuno fa male, è pericoloso, è meglio chiudere il cuore.

In tutto ciò interviene Woody, l’unico che doveva stare con Andy al college, ma che ha deciso di rinunciare per salvare i suoi amici. Anche questa volta è la forza della famiglia e dell’amicizia a vincere tutto.

Woody escogita un piano per fuggire, attraversando pericoli e difficoltà e raccontando la verità in cui si viene a scoprire che quello non era davvero un abbandono ma solo un equivoco. E per l’ennesima volta sono tutti uniti in quel gesto: guardare sotto la scarpa e leggere il nome di “Andy”.

Ce l’hanno tutti. Tutti hanno vissuto un’esistenza con un senso preciso.

Così la grande fuga ha successo.

È una fuga verso la libertà, verso la libertà autentica di chi sa di aver avuto un’esistenza di valore, perché ha donato e ha ricevuto e ora non ha più paura di ciò che può accadere, neanche se arriva la morte… anche lì capaci di accettarla e di prendersi per mano ancora una volta.

Un viaggio verso la libertà, talmente grande da sconvolgere tutto: quando i giocattoli tornano a casa si fermano, sanno che Andy ha voluto loro bene e che essi lo hanno aiutato a crescere. Ora la missione è compiuta.

Ora è il momento per una nuova occasione, una nuova vita, è il momento di ricominciare e poter far felice qualcun altro.

Mi regalano un altro insegnamento grande anche questa volta:

che è libero solo chi comprende di essere stato amato, e che bisogna imparare a lasciare che le cose vadano come devono andare.

Infatti Andy va a casa di una dolce bambina di nome Bonnie, a cui regala tutti questi giocattoli, con un dettaglio: le fa promettere di prendersi cura di loro. La bontà si perpetua sempre.

Allontanandosi in macchina per andare finalmente al college, Andy si gira e li guarda tutti per l’ultima volta, e li ringrazia per essere stati compagni nell’infanzia, compagni nell’adolescenza, ricordo speciale nella maturità. Woody riesce a dire il suo “addio” all’amico, malinconico ma finalmente libero.

È un addio con un sapore diverso dal solito.

È un addio grato, che fa male ma che permette di ripartire.

È quell’addioaccolto per poter ricominciare di nuovo.

David Martìnez

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