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Il Cantico dei Cantici: non solo parole d’amore umano

Per tante ragioni non ho guardato in TV il festival di Sanremo. Sono però rimasto colpito dalla risonanza mediatica destata dall’intervento dell’attore Roberto Benigni che, lo scorso giovedì sera, ha offerto una sua lettura del testo biblico del Cantico dei Cantici. Questa sera, spinto da curiosità, sono andato a cercare su internet e mi sono sentito in dovere di condividere con voi alcune impressioni.

Per correttezza e per amore di verità, mi permetto di offrire ai tre lettori che avranno la bontà di seguirmi fino alla fine qualche doverosa precisazione.

Il Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 115 precisa che “(…), si possono distinguere due sensi della Scrittura: il senso letterale e quello spirituale, suddiviso quest’ultimo in senso allegorico, morale e anagogico. La piena concordanza dei quattro sensi assicura alla lettura viva della Scrittura nella Chiesa tutta la sua ricchezza”

La Bibbia, è una lettera eterna scritta da Dio ad ogni uomo di ogni tempo e pertanto non va intesa solo in senso letterale. Il Cantico dei Cantici, come ogni libro ispirato, nasconde un profondo significato allegorico che va ben oltre il significato dei versi d’amore appassionato che contiene.

Ebbene, naturalmente Benigni si è fermato solamente al senso letterale. Per un credente questo non è sufficiente, per cui lo invito a leggere e ad approfondire questo testo biblico che non affatto conosciuto dalla stragrande maggioranza dei fedeli. E’ indubbio che Shirha-Shirim (= La Canzone delle canzoni) va assegnato letterariamente al genere delle liriche amorose ma allo stesso tempo è riduttivo leggerlo solo a questo livello. Grandi teologi e mistici hanno commentato questo testo poetico, andando al di là delle parole, e interpretandolo in senso allegorico e spirituale. Cito tra i tanti: Origene, Efrem il Siro, Ambrogio, Girolamo, Gregorio Magno, Bernardo di Chiaravalle, Giovanni della Croce, Cornelius a Lapide, Francesco di Sales.

Già nell’ebraismo il Cantico dei Cantici era letto come allegoria dell’amore di JHWH per il suo popolo, a cui, in epoca cristiana si aggiunge quella dell’amore tra Cristo e la Chiesa sua sposa. In ogni caso l’amore descritto da questo testo è sempre un amore di donazione in cui l’eros è segno e linguaggio dell’agàpe, un amore che implica stabilità e donazione. Non è amore – eros fine a se stesso, ma è incontro tra un uomo e una donna anzi: tra lo sposo e la sposa. Ogni altra lettura, specie quella aliena dalla morale biblica, è arbitraria.

La sana dottrina cristiana non rifiuta l’eros, anzi ne difende tutto il valore intrinseco ma non lo banalizza, non lo massifica!

Non nego che nel monologo in questione ho letto un anelito di spiritualità e, con un pizzico di benevolo pregiudizio, riconosco a Benigni il merito di aver portato un testo biblico nel cuore del festival più seguito dagli italiani ma debbo onestamente convenire che si doveva fare meglio.

Facendo la tara all’esibizione, dobbiamo riconoscere che ha avuto il merito di tenere incollati al video per 40 minuti milioni di persone intorno ad un testo biblico; va poi riconosciuta la capacità istrionica di Roberto Benigni e la bellezza di alcuni concetti espressi. Mi scuserete se ricorro ad un’immagine plastica: è come essersi soffermati a gustare la dolcezza della buccia di un frutto e di averne gettato via la parte interna.

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