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La società della performance produce disistima

"Un esame od un brutto voto non gli porteranno via i loro sogni ed il loro talento"

E’ incredibile come tante brutte esperienze dell’infanzia  e dell’adolescenza siano in un modo o nell’altro collegate alla disistima;  ho la sensazione, dovuta a qualche anno di vita comunitaria fatta di incontro, di ascolto e di accoglienza, che su un gruppo di 10 persone, ben 8 si trovano a dover fare  i conti con condizionamenti, se non dipendenze, dovuti alla disistima.

E la stima o la disistima le si acquisiscono per lo più da bambini, da quelle frasi che suonano così: ma lo vedi che sbagli sempre? Sei un buonannulla! Guarda i tuoi amichetti che sono più bravi di te! Se non prendi un buon voto allora sei un ciuco! Se non prendi un buon voto ti metto in punizione perché non meriti nulla! Se non prendi un buon voto farai bene a non ritirarti a casa….

Frasi mai dette con cattiveria o comunque con intenzioni cattive, ma con leggerezza sì, solo perché era normale ed educativo che si dicessero, senza pensare che si sarebbero attaccate per sempre come piattole alla vita di ciascuno.

E non è che a scuola andasse tanto meglio. Se un ragazzo o ragazza aveva una difficoltà, spesso ( non sempre però) invece di essere accompagnato con maggiore attenzione, cercando magari di capire cosa si nascondesse dietro quella difficoltà,  veniva targhettizzato come incapace e per superare tale pregiudizio doveva faticare non poco.

Non dico che sia sempre così, non dico che sia per tutti così, il punto è che senza accorgersene , da diverse direzioni giungono tanti input di disistima, di sfiducia…eppure gli educatori, tutti, dovrebbero avere proprio un valore contrario a questo.

Pensavo che un’esperienza del genere fosse solo la mia, o di qualche amico, eppure sempre di più, conoscendo tanti giovani e  carpendo qualcuna delle poche parole che si lasciano sfuggire, non mi sembra che la situazione sia tanto diversa da quella che ho descritto. Nella mia vita, mai un insegnante si è avvicinato personalmente a me o a qualche compagno semplicemente per parlare, per chiedermi come stavo.

Forse che non ci sono responsabilità né di genitori né di insegnanti? No, ci sono responsabilità! Forse, se proprio dovessimo trovare un responsabile, si tratterebbe allora di adulti che hanno forgiato una cultura della performance, in una scala standardizzata nella quale se non sei ai vertici…sei fuori.

E magari sei pieno di talenti in altri ambiti, magari hai una grande sensibilità artistica, magari ti senti realizzato quando fai sport, magari sei un sognatore e hai bisogno solo di qualcuno che ascolti i racconti per sentirti meno solo, magari sei bravissimo nei lavori manuali…ma tutte queste cose non sono stimate nella scala della performance di questa società e così sono quasi considerati vezzi inutili, perditempo, perché ciò che conta è che vai bene al compito di greco.

E se un preside , un dirigente scolastico ha sentito la necessità di scrivere una lettera così bella ai genitori degli allievi della sua scuola che di lì a poco avrebbero iniziato gli esami per chiedere loro di dare il giusto peso  a quel traguardo nella vita dei giovani, allora vuol dire che la mia sensazione di non ascolto dei giovani studenti non è tanto lontana dalla verità.

E succede che si cresce con un ansia da prestazione, o come un superbo che non vuole mostrare le proprie fragilità certo di essere giudicato, come un camaleonte che si nasconde dietro tante maschere nel cercare di compiacere chi ha davanti, come un  duro che si è stancato di essere giudicato, ma che nell’intimo del suo cuore è come un bambino in cerca di un abbraccio.

E c’è chi neanche cresce, perché ci rinuncia…sentendosi incapace di sopportare il non ascolto, la solitudine, il giudizio, le conseguenze di un fallimento, la vergogna di un traguardo non ancora raggiunto.

Come sarebbe diverso se invece la nostra società si fondasse , anziché sulla performance, su un concetto a priori di stima, di distinzione tra quello che fai e ciò che sei, dai risultati che raggiungi in alcuni ambiti; come sarebbe diverso se tutti la pensassero come quel preside di cui riporto ora la lettera:

“Gli esami dei vostri figli stanno per iniziare, so che sperate che i vostri figli vadano bene. Ma per favore ricordatevi che tra gli studenti che siederanno per fare gli esami c’è un artista che non capisce la matematica, c’è un imprenditore a cui non interessa la storia, c’è un musicista i cui voti in chimica non saranno importanti, c’è una persona sportiva il cui allenamento è più importante della fisica.

Se tuo figlio andrà bene sarà un ottima cosa, ma se lui o lei non lo faranno, per favore non privarli della loro fiducia e della loro dignità. Digli che non fa niente, che è solo un esame. Potranno fare cose molto più grandi nella loro vita. Digli che non importa quali saranno i loro voti, li amerai lo stesso senza giudicarli. Comportatevi così per favore. E quando lo farete, ammirerete i vostri figli conquistare il mondo.

Un esame od un brutto voto non gli porteranno via i loro sogni ed il loro talento. Per favore, non pensate che dottori ed ingegneri siano le uniche persone felici al mondo.

Cordiali saluti, il preside”

 

Giulia Ferrandino

 

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