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L’arte di saper volare

Toy Story: come nascono i legami

La prima volta che ho visto “Toy Story” avevo 8 o 9 anni credo, e come un bambino di fronte ad una magia, mi sono commosso.

All’epoca non lo sapevo, ma ero davvero davanti a qualcosa di magico: il primo film della storia realizzato totalmente in computer grafica. E ciò che racconta è una storia lunga 4 episodi che parla di noi, e che perdurerà nei secoli.

Siamo nel mondo dei giocattoli che prendono vita, sanno parlare, hanno coscienza ed emozioni proprie.

Più precisamente siamo nella cameretta di Andy, un bambino a cui viene fatta una festa di compleanno prima del trasloco. Woody è il suo pupazzo preferito, un cowboy sceriffo con cordicella, protagonista dei suoi giochi. Egli è il capitano della banda di giocattoli, e tutti insieme vivono una preoccupazione:

osservano agitati la festa di Andy, sono nervosi, preoccupati che qualcuno gli regali un gioco nuovo e così vengano tutti sostituiti e messi da parte.

Guardo alle mie relazioni. Sono tutte amicizie autentiche? Come le vivo?

E soprattutto quali sono le relazioni in cui ho paura di essere rimpiazzato?

Effettivamente un giocattolo nuovo di zecca c’è: si chiama Buzz Lightyear, space ranger pluriaccessoriato.

Il bambino lo adora e la paura di Woody diventa realtà: perde il primo posto, gli spazi che era abituato ad avere, e soprattutto sembra perdere l’affetto del bimbo che ora ha un giocattolo migliore. Essere stati a lungo voluti e d’improvviso rinnegati è un’esperienza che rimbomba nel cowboy che incarna noi tutti.

È questa la magia più grande del film: dare voce alle nostre emozioni, paure, illusioni, desideri, attraverso la coscienza di giocattoli.

Woody vive la mia malinconia, ogni qualvolta ricevo un rifiuto, affronto un distacco o qualche rapporto importante finisce.

È il dolore dell’abbandono a cui spesso posso reagire in modo sbagliato.

In Woody si trasforma in invidia, talmente grande da provare a far fuori Buzz dalla vita del bambino.

Lo fa cadere dalla finestra, lo critica, lo combatte, ci litiga. Ci fa trovare allora uno spazio in cui renderci conto che bisogna far pace con la realtà.

Perchè c’è sempre qualcuno migliore di noi, ma questo non vuol dire che non possiamo essere voluti ugualmente.

Anche Buzz ci fa pace: onesto, leale, buono, ma convinto davvero di essere un eroe stellare con armi speciali per proteggere l’universo. Pensa addirittura di saper volare… ci prova e cade… scoprendo di essere soltanto un giocattolo.

Mi vengono in mente momenti tristi, tante cose di me stesso che non ho potuto raggiungere.

Il senso di colpa e il perdere la stima dei suoi amici che ora lo chiamano vigliacco, portano Woody alla consapevolezza, e alla fine cercherà di aiutare Buzz a tornare a casa. A tornare da Andy.

Si rende conto del suo errore e accetta la sconfitta. Accettare chi siamo è bello, accettare come siamo fatti ci aiuta a far spazio all’altro.

Ed è proprio nella crisi che i due litigano e poi instaurano un legame.

È una delle storie di amicizia più famose del cinema, di Woody e Buzz, che non sono amici a prima vista, ma lo diventano conoscendosi, parlando, litigando, lo diventano anche se sono molto diversi.

Sono tanti i livelli di linguaggio usati per parlarci di affetto, di nascita dei legami.

Mi restano delle sicurezze nel cuore: il valore delle relazioni, il bisogno di essere amati, e che a volte è proprio nei conflitti che si diventa migliori amici.

Perchè nulla si può sapere finché non lo si vive, perché l’amicizia è un mistero che può andare oltre noi stessi, oltre qualunque crisi.

E poi c’è una cosa che mi ha incuriosito: la pace tra loro avviene quando entrambi sono accomunati dallo stesso gesto: guardare sotto la scarpa e leggere scritto il nome di “Andy”.

Trovano qualcosa di più importante del loro orgoglio. Trovano una missione da condividere insieme.

Non importa per quanto tempo gioca con noi, l’importante è che siamo qui quando Andy ha bisogno di noi”

Allora ringrazio Toy Story, ringrazio Woody e Buzz che quando avevo 8 o 9 anni mi hanno lasciato qualcosa che mi aveva fatto commuovere, ma che solo adesso riesco a comprendere: che la realtà non sempre è la migliore, ma si può sconfiggerne il timore.

Con l’amore, finché avremo qualcuno che lotta, spera, crede con noi e per noi, facendoci riscoprire quella speciale sensazione dell’anima…

sentire di poter volare davvero, nonostante tutto.

David Martìnez

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