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Io non possiedo la Verità. E tu?

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei.

Profondamente drammatico questo passaggio del vangelo di Giovanni (Gv 18,33-38). Incomprensibile ai molti la regalità di Gesù Cristo, più facile a rappresentarsi seduto in trono all’atto del giudizio universale che inchiodato a due assi di legno. Un Re inchiodato: che scandalo!! Inaccettabile, come è inaccettabile la sconfitta per chi non ha ancora compreso il mistero pasquale.

Gesù alla fine tace. “Che cos’è la verità?” – domanda che dalle labbra di Pilato continua a risuonare nella storia. Povero Pilato! La risposta già c’era, era lì, davanti ai suoi occhi, in quel mite indicare di Gesù: “Io sono la via, la verità, la vita”.

Eppure, questa via di mitezza, di incontro dell’umanità ferita e peccatrice partendo dagli ultimi, di ricerca di pecore smarrite da ricondurre all’ovile, pur se conscio del rischio che fuggano di nuovo, sembra che a volte, nel panorama ecclesiale attuale, da parte di qualcuno sia buona norma totalmente disattesa. C’è troppa forviante e tendenziosa rilettura di quel “gridatelo sui tetti” di evangelica memoria. Parlo di cattiva fede per un’interpretazione troppe volte belligerante sottesa alle parole di Gesù: ci si dimentica che la citazione completa parla di un gridare sui tetti ciò che è stato ascoltato dalla bocca di Gesù. E Gesù, amante della verità declinata con le armi della misericordia, ha parlato fin troppo chiaro per chi desidera realmente aderire alla verità. C’è radicale differenza tra cercare la verità e presupporre di possederla. Come se potessi pensare di possedere Dio… arrogante superbia!

Qualche giorno fa, dialogando con Diego, uno dei nostri diaconi, ci siamo soffermati sul senso di disagio che, in quanto consacrati, accusiamo nell’accorgerci di quanto sia in atto un tentativo di scissione tra buoni e cattivi all’interno di certa Chiesa, replica di altre fasi storiche del passato.

Qualche ora dopo, Diego pubblicava queste righe:

“A chi continua ad alimentare un clima di contrapposizione/sospetto/denuncia nei confronti di alcuni teologi o sacerdoti “liberali”, facendosi paladini dell’autentica “verità cattolica”, vorrei indicare un passo tratto dal proemio della Dignitatis Humanae, Dichiarazione del Concilio Vaticano II sul tema della libertà religiosa.

“La verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore”.

Se vogliamo denunciare quello che a noi pare un errore, va bene; se esprimiamo invece giudizi di valore su alcune persone, squalificandole, ebbene questo non è tollerabile. La persona è sempre di più del suo eventuale (e comunque tutto da dimostrare) errore. Afferma Benedetto XVI: “Vediamo bene che anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo”.

A me pare tuttavia che siamo di fronte ad una tentazione subdola, poiché nasce nella presunzione di essere nel giusto, e per questo forse più insidiosa. È una tentazione ricorrente nella storia della Chiesa, di vivere un cristianesimo esclusivista, il cui recinto è delimitato da uno steccato di norme chiare e distinte, che garantisce la separazione fra chi è dentro e chi è fuori. Sì, abbiamo bisogno di sicurezza, ma attenzione che le nostre presunte sicurezze non servano come alibi per porsi a distanza dal nodo del dramma umano, senza accettare veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conoscere così la forza della tenerezza! (Cfr. Evangelii Gaudium, n. 270).

Trovo disdicevole il tentativo di alcuni che, facendo leva sulla propria notorietà e sfruttando in maniera tendenziosa la grande potenzialità dei social network, continuano ad alimentare un clima di contrapposizione tra puri e impuri, tra giusti ed peccatori, giungendo ad attacchi personali e invocando applicazioni rigide e legalistiche delle norme, dimenticando parole terribili di Gesù nei confronti di chi si erge a giudice di se stesso (ovviamente è così se si ritiene di essere nel giusto) e conseguentemente nella posizione di poter distruggere la speranza dell’altro, contristando lo Spirito Santo nel suo tentativo di aprire nuove strade alla misericordia del Padre, l’unica forza in grado di cambiare il cuore degli uomini.

La storia della Chiesa, nei secoli ha sempre conosciuto gruppi che hanno alzato steccati per rinchiudersi e dividersi dal resto dell’umanità, colpevole di non essere allo stesso livello di purezza, di verità, di coerenza.

Conoscono a memoria il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma sono incapaci di declinarlo in una pastorale che sia accogliente, accompagnante. Pensano di conoscere la natura intima della Chiesa, ma ne dimenticano gli esempi della Storia, e ciò che la Chiesa ha detto di sé (penso solo al Concilio Vaticano II) è abilmente taciuto. Conoscono a memoria indicazioni e norme, ma dimenticano di parlare e agire come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio. (Cfr. Gc 2,12-13)

Chi divide la Chiesa, è chi in essa vuole tracciare solchi e steccati. Dall’attacco ad extra, siamo giunti all’attacco ad intra. Dove non c’è vera umiltà, obbedienza, silenzio, preghiera, dove non si distingue tra peccato e peccatore o dove ci si dimentica che dietro ad un peccato c’è sempre una persona che soffre, consapevolmente o meno, siamo distanti dalla Chiesa di Gesù Cristo.

Dove ci si erge a paladini, difensori, militanti per la fede, lì c’è solo tanta buona fede, ma gran poca carità. E dove non c’è più carità, lì opera satana e non più Dio.

Ai leoni da tastiera suggerisco l’inginocchiatoio: lì, si acquistano più punti Paradiso.

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Don Giacomo Pavanello

Responsabile dell’Area evangelizzazione e prevenzione per l’Associazione internazionale Nuovi Orizzonti fondata da Chiara Amirante.

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