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«Che non finisca la bellezza del calcio…»

Il papa a 5.000 studenti di Lazio e Abruzzo in aula Paolo VI

Qualche giorno fa, Papa Francesco ha incontrato 5.000 studenti di Lazio e Abruzzo, accompagnati da campioni, allenatori e manager di calcio. Si è rivolto ai ragazzi con semplicità, ricordando la natura fondamentale di questo sport: il fatto che si tratta di un “gioco”.

Sì, il calcio è solo un gioco – lo ha fatto ripetere a tutta l’assemblea – un gioco meraviglioso che sa educare, che coinvolge gli altri, che crea amicizia, tifo, emozione, che nella storia ha simboleggiato idee di popoli e ha dato voce a situazioni difficili. È lo sport più bello del mondo, perché laddove c’è un ragazzino che rincorre una palla ci sarà sempre un sogno vivo. Il calcio è portatore sano di quella malattia che si chiama “passione”, che si chiama “sentimento”, e che nel divertimento e nella spensieratezza trova spazio per sbocciare.

«Giocare rende felici …si può esprimere la propria libertà, si gareggia in modo divertente … si rincorre un sogno senza, però, diventare per forza un campione.»

Il Papa ha detto questa frase con una forza particolare, forse perché oggigiorno i ragazzi sono concentrati a dare il meglio di sé nello sport dimenticandosi per strada la vera natura di ciò. È quasi naturale ormai allenarsi e giocare per vincere medaglie, guadagnare trofei, sentirsi vincenti e fieri di se stessi.

Viviamo di competizione, di un continuo testa a testa con gli altri, di attacchi e difese, di strategie per vincere, di sforzi fisici enormi per essere sempre al primo posto e con il massimo della prestazione.

Ma il Papa ricentra la testa e il cuore verso quello che è davvero importante, che conta nello sport come nella vita: non serve essere per forza un campione.

Anche io mi interrogo su tutte le volte che ho voluto essere un campione, che ho scelto di prendere una strada per diventare un vincente. Quando la vittoria è stato il mio unico obiettivo.

Eppure la gente si scorda delle tue medaglie, dei premi e degli applausi che ti ha fatto … però se ci sei stato nel momento più difficile, se hai avuto rispetto, se hai affrontato la crisi bene, si ricorda subito. La gente si ricorda dell’amore che hai messo!

Questo non lo impariamo da soli, abbiamo bisogno di chi ce lo insegna e ci aiuta a capirlo, per questo il papa si rivolge agli educatori, ai genitori e agli allenatori parlando di gioco, di gratuità e di socialità, chiedendo di aiutare i ragazzi a capire che «la panchina non è un’umiliazione, ma un’occasione per crescere e un’opportunità per qualcun altro», ed esortandoli ad essere degli esempi di vita perché i ragazzi «abbiano sempre il gusto di dare il massimo, perché al di là della partita c’è la vita che li aspetta».

È un ruolo complicato, una vocazione di impegno e di testimonianza, di consapevolezza che ogni cosa detta o fatta lascerà un segno indelebile nella loro vita, in bene o in male. È difficile, ma forse ci può aiutare fare memoria delle nostre imprese, fermarci un attimo e ricordarci da dove siamo partiti, così come il Papa dice ai grandi giocatori presenti in aula: ricordare da dove sono incominciati i sogni, da «quel campo di periferia, quell’oratorio, quella piccola società».

Allora faccio mio l’augurio del papa a tutti i presenti, lo faccio a me stesso e a tutti quelli che vivono un sogno, l’augurio di sentire sempre la gratitudine per la nostra storia fatta di sacrifici, di vittorie e sconfitte.

E che il calcio non si fermi mai nel regalarci spettacolo, sentimento, risultati sorprendenti al limite del possibile, giocate che entrano nella storia, cronache leggendarie, umanità che piange e che sorride, e che in un mondo così commerciale e fatto di mercato non perda mai la sua bellezza.

Ecco il desiderio più grande: che non finisca la bellezza del calcio!

David Martinez

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